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Lo spreco alimentare

Tra le priorità individuate dall’Agenda ONU 2030 vi è la riduzione degli sprechi alimentari globali: l’obiettivo 12.3 indica che entro il 2030 gli sprechi alimentari globali per persona a livello di vendita al dettaglio e dei consumatori dovrebbero essere dimezzati e le perdite di cibo lungo le catene di produzione e di fornitura ridotte. Secondo la FAO un terzo di tutti i prodotti alimentari a livello mondiale (pari a 1,3 miliardi di tonnellate edibili) vengono perduti o sprecati ogni anno lungo l’intera catena di approvvigionamento, per un valore di 2.600 miliardi di dollari. Conseguentemente, è stato calcolato che la prevenzione degli sprechi potrebbe risolvere abbondantemente il problema della fame nel mondo. Sempre la FAO ha calcolato che la perdita di cibo e gli sprechi generano una quantità di gas a effetto serra pari a circa 3,3 miliardi di tonnellate equivalenti di anidride carbonica. Se fossero una nazione, lo spreco e le perdite alimentari mondiali sarebbero al terzo posto nel mondo, dopo la Cina e gli Stati Uniti, per livello di emissioni di gas serra. Inoltre, grandi quantità di acqua e di fertilizzanti vengono impiegate nella produzione del cibo sprecato che, purtroppo, non raggiunge mai il consumo umano.

In questo scenario, la buona notizia è che la perdita di cibo sta cominciando a ottenere l’attenzione che merita. Difatti, nel 2018 l’Unione Europea ha recepito l’obiettivo 12.3 imponendo agli Stati membri di ridurre del 50% i rifiuti alimentari globali pro capite a livello di vendita al dettaglio e di consumatori e di ridurre le perdite alimentari lungo le catene di produzione e di approvvigionamento. L’Italia e la Provincia di Trento hanno approvato specifiche leggi per contrastare sugli sprechi alimentari: la legge n. 166 del 2016 e la legge provinciale n. 10 del 2017.

Nel dicembre 2018 l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha pubblicato il “Rapporto sullo spreco alimentare” con il quale, per la prima volta, sono stati raccolti e analizzati dati mondali, europei e italiani specificando che si tratta di stime. Nel rapporto si legge che lo spreco inizia ancora con i prodotti agricoli non raccolti e lasciati in campo e che prosegue nell’industria agroalimentare dove ammonta a circa il 3% del totale trattato; che le stime italiane sulla quantità di cibo gettato da parte dei mercati all’ingrosso e della distribuzione organizzata ammontano a circa 400.000 tonnellate di prodotti alimentari (pari circa 900 milioni di euro), il 40% delle quali è costituito da prodotti ortofrutticoli; che lo spreco di cibo nelle mense scolastiche si aggira mediamente intorno al 13% e che gli alimenti più sprecati solo le verdure (23%), la pasta (19%), il pane (16%); che le percentuali di alimenti sprecati nel consumo finale oscillano intorno al 50 per cento in peso perché verdura, frutta e carne sono soggetti a uno spreco superiore al 50%. E si legge pure che le forniture commerciali in Italia corrispondono a circa 3700 kcal per persona, ossia a circa una volta e mezzo il fabbisogno energetico medio quotidiano che, per un adulto, va da un minimo di 1800 a un massimo di 2600 kcal per persona al giorno.

A livello del consumatore finale, in casa, si stima che venga mediamente sprecato il 7% di quanto speso per il cibo: del totale in valore economico degli sprechi il 35% è composto da latte, uova, carne, formaggi; il 19% da pane; il 16% da frutta e verdura. In media, ogni anno una famiglia italiana butta 49 kg di cibo che, in termini economici, corrisponde a circa 7,65 miliardi di euro (pari 316 euro in media per famiglia). È interessante sottolineare come lo spreco “percepito” dalle famiglie sia stimato in circa 0,6 kg a settimana mentre dai risultati di campionamenti diretti dei rifiuti emerge uno spreco effettivo superiore del 50% rispetto a quello percepito, pari dunque a circa 1 kg per famiglia a settimana.

Lo studio analizza anche le misure strutturali per prevenire e ridurre le eccedenze e gli sprechi (tra cui il potenziamento di reti alimentari corte, locali e di piccola scala; di politiche alimentari locali; di campagne di sensibilizzazione e di educazione alimentare e nutrizionale) e le buone pratiche ed esperienze messe in atto per la prevenzione degli sprechi e per la riduzione dei rifiuti riconosciute efficaci e utili e sviluppate per lo più da istituzioni locali e da organizzazioni private.

La “buona prassi” trentina è l’attività di TRENTINOSOLIDALE ODV che – con circa 330 punti di raccolta, 32 punti di distribuzione, 19 automezzi e 200 volontari attivi quotidianamente – raccoglie ogni giorno lavorativo presso grandi e medi supermercati, piccoli esercenti e produttori locali le derrate alimentari eccedenti o non più commerciabili, o in confezioni danneggiate, o prossime alla scadenza e, previa selezione, ancora nella stessa giornata le distribuisce a tanti soggetti bisognosi, a famiglie e a utenti di circa 30 istituzioni e associazioni che operano con le categorie più svantaggiate (i dormitori, chi si occupa di donne sole o vittime di violenza, di soggetti fragili, di anziani, di italiani e stranieri economicamente deboli) garantendo così a centinaia di persone l’accesso al cibo, bene primario della vita quotidiana.

L’attività di Trentinosolidale è cresciuta negli anni: dalle 200 tonnellate di alimenti raccolte nell’anno 2009 alle 1.440 tonnellate raccolte nell’anno 2020 (grafico sottostante). Ciò significa che vengono recuperati tra i 50 e i 60 quintali di alimenti ogni giorno lavorativo, quantità che varia a seconda della stagione.

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DOVE RACCOGLIAMO LE ECCEDENZE ALIMENTARI

La gran parte delle derrate alimentari provengono dalla provincia di Trento e, in minima parte, da supermercati situati nelle vicine province di Bolzano e di Verona. Quanto al Trentino, nella prossima immagine sono indicate le percentuali raccolte nelle diverse vallate.

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Nel sottostante grafico sono indicati i donatori delle eccedenze alimentari: la maggior parte arriva dalla grande e media distribuzione organizzata; parte da produttori locali e da donatori occasionali, altra parte minore da piccoli rivenditori e panifici.

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TRENTINOSOLIDALE costituisce un esempio di cittadinanza attiva perché coinvolge volontari di varie età e provenienze: pensionati, lavoratori che dedicano parte del tempo libero, studenti che offrono parte delle loro vacanze, soggetti che devono – per un periodo della loro vita – svolgere un lavoro di pubblica utilità quale sanzione penale sostitutiva, fino ai beneficiari stessi dei prodotti alimentari che spesso si attivano per adoperarsi assieme ai volontari.

L’attività di TRENTINOSOLIDALE, il cui responsabile è GIORGIO CASAGRANDA,

è articolata sul territorio trentino perché gruppi di volontari sono organizzati localmente. Questi, di seguito, i progetti territoriali associati:

  • progetto 138   Gardolo Solidale    Responsabile: Bruno Rizzi
  • progetto 139   Mattarello Solidale    Responsabile: Renato Mazzetti e Francesco Valenti
  • progetto 140   Martignano Solidale    Responsabile: Rolando Dorigatti 
  • progetto 141   C.A.a.V. Loreta    Responsabile: Franchina Pulè
  • progetto 142   Ala Solidale    Responsabile: Maria Caterina Macoritto
  • progetto 143   Aldeno Solidale    Responsabile: Sandro Bisesti
  • progetto 144   Valsugana Solidale    Responsabile: Alessio Sandri
  • progetto 148   Solteri Solidale    Responsabile: Corrado Franzoi
  • progetto 149   Oltrefersina Solidale    Responsabile: Alona Peravala
  • progetto 151   Altogarda Solidale    Responsabile: Franco Vassallo
  • progetto 158   Avisio Solidale    Responsabile: Guido Dellagiacoma
  • progetto 160   Fassa Solidale    Responsabile: Floriano Bernard
  • progetto 161   Solandri Solidale    Responsabile: Luciana Pedergnana
  • progetto 162   Rovereto Solidale    Responsabile: Gianni Sceffer
  • progetto 163   Valli Giudicarie Solidali    Responsabile: Silvio Mayer
  • progetto 164   Primiero Solidale    Responsabile: Maria Bettega
  • progetto 165   Rotaliana Solidale    Responsabile: Bruna Previati 
  • progetto 167   CedAS Valle di Cembra  –  Responsabile: Bruno Tomasi 

 


 

Questa iniziativa è finanziata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali                  

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